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Il fischietto d’erba e i giochi di una volta

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Durante l’ultima “scellecatura” di Ecopotea (pratica di diserbo a mano che protegge il grano senza inquinare la terra), l’emergenza sanitaria ha reso difficile la solita entusiasta ed entusiamante partecipazione dei bambini. E’ per sopperire a questo mancato appuntamento intergenerazionale che Erminio Nardone, con la complicità del portale bMagazine, ha realizzato il suo primo video “agritutorial” su come realizzare un fischietto d’erba. Lo proponiamo qui assieme a una bellissima riflessione sui giochi di una volta di Federica Figliolino, con la collaborazione di Vittorio Palmieri. Cominciate a fare pratica per il prossimo appuntamento rurale di comunità!

Con sorridente passione i miei genitori raccontano delle loro giornate estive, di cui mi pare a volte di sentire il calore sulla pelle. Giornate fatte di comitive scorrazzanti per i campi, di complicità, di fantasia e di creatività. Ascoltando questi racconti di giochi all’aperto non riesco a non pensare a quanto sia stata diversa l’infanzia dei miei genitori e dei miei nonni dalla mia e quanto possa sembrare fantasia agli occhi di mia figlia. Cose semplici ed entusiasmanti come giocare con i sassi tra la paglia sembrano oggi chimere irraggiungibili per tantissimi bambini del 2020, condannati a trascorrere estati dentro le mura condominiali, in compagnia di simulatori vocali.

I bambini di una volta trascorrevano molto più tempo fuori casa, accompagnavano spesso i genitori in campagna durante le loro attività ed era in quel mondo bucolico che la loro immaginazione partoriva nuove realtà attraverso giochi frugali e spartani che però agli occhi disincantati di oggi mostrano il fascino di un’infanzia felice, serena e soprattutto condivisa. «L’estate era l’occasione – racconta mia madre – per fare bambole con le foglie delle pannocchie: dall’anima, fino alle mani, ai piedi e all’abito, era tutto un fasciare e legare di grosse foglie giallo verdi.»

La scellecatura, termine dialettale che indica l’attività del diserbo dell’erbacce, attività che veniva svolta prettamente a mano, spesso con l’aiuto o con la presenza dei bambini, diventava l’occasione per trasformare fili d’erba in fischietti e flauti improvvisando concerti tra le spighe di grano. “Le noci invece – ricorda mio padre – le usavamo come biglie”, ma potevano diventare barchette da far galleggiare sulle pozzanghere oppure “ci costruivamo torri, le lanciavano in percorsi a terra o le usavano come munizioni per colpire lucertole o il primo compagno che ci capitasse a tiro”

I più romantici raccoglievano fiori d’ogni colore, specie per farne magnifiche ghirlande da regalare, o per abbellire i capelli o le bambole. Io stessa ne avrò fatte a decine nei giorni di primavera, facendo a gara con gli altri bambini per decidere quale fosse la ghirlanda più lunga. I papaveri erano un altro mio meraviglioso passatempo. Mi divertivo a staccare i boccioli, ad aprirli e vedere di che tonalità erano i petali: vinceva chi trovava i petali più rari, quelli rosa o ancor più i bianchi, e poi ci si divertiva a fare stampini a corona, simili a tatuaggi, facendo pressione sulla pelle di gambe, mani e braccia già arrossate dal sole.

A seconda delle stagioni, stare all’aria aperta poteva essere l’occasione per rotolare giù sulle distese erbose, per fare torte di foglie e fango, per costruire dighe e percorsi su fiumiciattoli e ruscelli o per giocare a palle di neve. Nelle notti d’estate scendevo in giardino ad ammirare lo spettacolo silenzioso delle lucciole o mi fermavo a guardarle dal balcone inebriandomi dell’odore del fieno o del grano appena raccolti. Un appuntamento a cui non manco mai, neppure oggi. Anche per guardar le stelle, armata di coperta.

Della vita all’aria aperta oggi si parla come di una cosa da ricercare, per fuggire dalla quotidianità urbana, per la salute, per ritrovare quella serenità d’animo che non ritroviamo più nelle città, dove il verde urbano è stato soppiantato inesorabilmente da palazzoni di cemento. Ma l’andare per campi era anche un passatempo dettato dalla “fame”, specie per le generazioni dell’immediato dopoguerra: si raccoglievano e spesso si rubavano i frutti che la campagna offriva. Dalle fave di maggio, alle ciliegie, alle albicocche, ai pomodori, alle nocciole, alle noci, all’uva, ai fichi e alle more, era un tripudio di colori e sapori di stagione

Vivere il proprio ambiente è il primo passo per riscoprire l’immaginazione dei bambini, mortificata dai moderni passatempi che propongono una realtà artefatta e spesso alienante.

Federica Figliolino

Il sogno de “L’Arciere” e il benessere animale

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Ho conosciuto Luciano Michele tredici anni fa. Ci incontrammo per una gita in Basilicata organizzata dall’ ASL di Avellino. Andavamo alla scoperta di un allevamento di suini allo stato brado. Volevamo capire le modalità per riuscire nell’ impresa di allevare suini prendendo in considerazione il solo benessere animale. Ci chiedevamo come poter tenere in perfetto equilibrio naturale l’allevamento del suino con la flora e la fauna selvatica. Eravamo in sette, tutti pieni di entusiasmo ed euforia per quello che avevamo visto. Durante il pranzo, riuniti attorno alla tavola, ognuno di noi esprimeva con sicurezza e forza quello che immaginava sarebbe stato il proprio allevamento. Ebbene da quel giorno ho perso di vista tutti, tranne Luciano Michele. L’unico che con testardaggine e costanza ha realizzato il sogno di un allevamento in montagna, rendendo fruibili territori inesplorati senza alterarne il valore biologico. Nonostante la presenza dei maiali il suo obiettivo è difendere la biodiversità sia dei vegetali che degli animali che alleva. Infatti ha introdotto nel territorio il maiale nero casertano, incrociato con razze cosmopolite, razza rustica e adatta al pascolo.

Luciano Michele, una persona “tutta di un pezzo” di cui ancora non so dirvi qual è il nome e quale il cognome, ha tenuto duro. Passando da momenti di sconforto a momenti di fiducia e grazie alla presenza della sua compagna, ha costruito dal nulla  l’azienda “L’Arciere” .

“L’Arciere” ha sede  a Sant’ Agata Irpina in via Cigliano tra i monti della Castelluccia dove nascono sorgenti di acque pure e limpide, tra secolari castagneti e querceti e dove gli asparagi e l’origano segnano il passo dei viandanti. Posto ideale per una gita con la famiglia e per un ristoro in azienda fatto di salumi e di cordialità. Tra “Ecopotea” e Michele, questo è il suo nome, è iniziata una collaborazione allo scopo di creare un progetto:  “Adotta il tuo maiale”, che assicura fino al rito della macellazione il pieno benessere dell’ animale. Grazie Michele per quello che fai, per l’impegno a garantire agli animali una vita sociale, nel pieno della libertà, e alle generazioni future la possibilità di mangiar sano, fuori dagli obbrobri degli allevamenti intensivi.

 

La “Scellecatura” di Ecopotea, pratica simbolo di un nuovo rapporto con la terra e il cibo

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«Forse sembriamo dei pazzi, intenti a diserbare a mano interi campi di grano, ma in questo modo evitiamo di inquinare il cibo e la terra con i diserbanti, consegnandola pulita ai nostri figli e alle nuove generazioni»: read more →

La comunità di “Ecopotea” ai tempi del Coronavirus

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Il portale «bMagazine» dedica un’intervista al nostro Giuseppe Ciarcia su “Comunità e autoproduzione in tempi di pandemia” attraverso il caso di “Ecopotea”.

«Siamo un gruppo di famiglie provenienti dallo stesso territorio – spiega Giuseppe – individui cresciuti con le stesse tradizioni che si uniscono con l’obiettivo comune non solo di produrre alimenti sani ma anche di condividere comportamenti sociali etici e solidali. Seguiamo in prima persona le fasi produttive, attuando una continua didattica sul campo ai nostri figli. Siamo donne, uomini, produttori e consumatori con l’intento di promuovere uno scambio reciproco di conoscenze. Siamo anche narratori di storie e leggende attinenti a un mondo che tenta di scomparire».

Ma qual è il ruolo che realtà come “Ecopotea” possono avere in questo periodo di emergenza, possono aiutare ad affrontare meglio la crisi? Leggi l’intervista integrale a Giuseppe: www.bmagazine.it/comunita-e-autoproduzione-in-tempi-di-pandemia-lesempio-di-ecopotea/

Una giornata tra cum-panis

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L’etimologia parla chiaro: si può essere comunità anche solo vivendo negli stessi luoghi, nello stesso “comune”. Ma si può essere compagni in un unico modo: dividendosi il pane. “Cum panis”. Quella che si è riunita domenica scorsa all’azienda agricola Vigliotta per il progetto di comunità “Il Grano” è dunque una compagnia a tutti gli effetti, tenuta insieme da un impasto di convivialità, visioni condivise e farina di prima qualità, ottenuta da grani antichi e coltivazioni naturali. Un’allegra compagnia che prova a spalancare «nuove possibilità ritrovando azioni del passato», perché i ceci del gruppo d’acquisto hanno più sapore con la laina fatta a mano, come la facevano i nonni e i bisnonni e forse Adamo ed Eva. D’altronde quando si toccano le tradizioni si sfiora l’origine dell’esistenza, e la questione diventa biblica.

«Il pane si trasforma in carne e il vino in sangue», ha sancito Tommaso D’Aquino, aprendo le porte alla logica deduzione che «buon vino fa buon sangue» e che la “transustanziazione quotidiana” (quella che trasforma gli elementi dell’universo in occhi, capelli, pensieri e parole) possa essere di cattiva qualità, se non si fa caso agli ingredienti. E se le insurrezioni popolari del passato scattavano per la mancanza di pane (come ricordano Mario Iarrobino e Alessandro Manzoni descrivendo il “Tumulto di San Martino”, ovvero la rivolta del pane nella Milano del Seicento), c’è da scommettere che le prossime battaglie saranno tra autoproduzioni e grande distribuzione organizzata di cibo spazzatura, territori consapevoli contro lobby multinazionali che deportano redditi e persone, nell’ambito di un conflitto globale per l’accaparramento di risorse.

«Insomma, alla fine eravamo nella campagna di Vincenzo semplicemente per mangiare una laina e ceci e per bere un bicchiere insieme». Per fortuna ci sono giornate semplici, fatte di gesti e attenzioni semplici, che testimoniano un percorso ormai segnato verso una «maturazione collettiva e un nuovo modo di approvvigionarsi dei prodotti alimentari».

Alessandro Paolo Lombardo

La macenata

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Paternopoli (AV) 20 – 21 settembre 2019

In una serata sgombra di nubi, sotto un cielo trapunto di stelle ed accompagnati dal riflesso lunale si inaugura a Paternopoli “La Macenata”.

La via del vino, un percorso che si articola tra le molte cantine partecipanti e l’assaggio dei migliori vini del territorio Irpino. Attraverso il percorso ci si può perdere nella bellezza di questo piccolo borgo dove l’antico e il moderno coesistono in un connubbio perfetto e dove è possibile trovare piccole oasi di tranquillità dove lasciarci cullare dalla musica sorseggianto un bicchiere di ottimo vino.

Arte, cibo, vino e la bellezza tipica dei piccoli borghi fanno da cornice all’ideale rappresentazione dell’antico rito della pigiatura dell’uva, la Macenata, che accompagna i partecipanti dell’evento

fin dal loro arrivo con una Tarantella che attraversa l’intero percorso, che trasporta tutti in

unaltro tempo;  la tarantella culmina a fine serata con la rievocazione  della Macenata, un “baccanale” tra il sensuale ed il farsesco ritmato dal suono della Taranta che continua a vivere con le nostre tradizioni.

Sperando di aver suscitato il vostro interesse vi invitiamo a partecipare domani alla seconda serata del “La Macenata”.

Il grano 2019

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Secondo anno del progetto di comunità che ci ha donato la raccolta del grano del gruppo di acquisto “cento metri” , dell’associazione Ecopotea. Trascorso tra preparazione dei campi, semina, laboratori di pasta fresca, scellecatura ed infine la mietitrebbiatura, tutto documentato dalle foto scattate dall’ottimo Adriano Musto.

Un percorso ormai segnato e collaudato che ci porterà verso una maturazione collettiva di un nuovo modo di approvvigionarsi dei prodotti alimentari.

Grano in parte seminato anche a mano, privato di erbe infestanti semplicemente con l’azione dei soci del gruppo. Quest’anno il raccolto non è stato ottimale, però in compenso ci siamo arricchiti di valori e di sapori antichi. Infatti grazie alla famiglia Vigliotta abbiamo avuto la fortuna di riscoprire a qualsiasi ora i sapori di prodotti contadini che ormai da anni non assaporavamo. La vera magia di questo progetto è scoprire un mondo nuovo fatto di azioni del passato.

Il nostro Erminio Nardone ha seguito il processo produttivo ed ha colmato i vuoti creati dal tram tram quotidiano. Ci ha dato la sicurezza di giungere all’obiettivo finale.

La sostenibilità di Rosarno

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Il progetto sos Rosarno nasce dall’esigenza di coniugare l’etica del lavoro, la gratificazione morale ed economica del lavoratore e la solidarietà tra i popoli.

Gli AGRUMI E I PRODOTTI DI SOS ROSARNO provengono
– rigorosamente da AGRICOLTURA BIOLOGICA CERTIFICATA.
– Tutti i produttori sono PICCOLI PROPRIETARI, singoli o associati in cooperative .
–  La lavorazione e la selezione vengono fatte a mano da lavoratori italiani e stranieri, assunti con CONTRATTI REGOLARI e ore di straordinari pagate regolarmente.
– Per oltre il 50% dei lavoratori di SOS ROSARNO sono MIGRANTI e
interni al circuito della solidarietà con gli africani di Rosarno.
–  Vengono utilizzate pratiche di tipo COOPERATIVO e forme di LAVORO MUTUALISTICO, che vedono direttamente protagonisti i braccianti e i contadini produttori, con l’obiettivo di creare NUOVE FORME DI RELAZIONE tra datore di lavoro e dipendente.

cfr: Equo Sud

 

Fiera del Gusto Mediterraneo

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Vi segnaliamo che, dal 12 al 14 Ottobre 2018, ad Ariano Irpino, ci sarà il Primo Festival Campano dell’Agricoltura e del Consumo Consapevole.

Domenica mattina ci sarà una presentazione sulle caratteristiche peculiari dei cereali antichi e sulle loro diversità. Il seminario si terrà dalle ore 10:00 alle ore 13:00 presso il centro Fiere della Campania in C.da Orneta, Ariano Irpino (AV).

Un mondo di Plastica

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L’invasione degli oggetti di largo consumo in plastica è un problema  evidente a tutti. Anche i luoghi più remoti della nostra terra oramai sono invasi da particelle di plastica. Essa derivata dal petrolio  non si degrada, anzi permane per tantissimi anni. Per darci un senso della misura del tempo, persiste 500 anni ed anche più, come 6 generazioni. Immaginate, in 500 anni quanto materiale di plastica si può accumulare, nei terreni, nei mari, sulle spiagge, nei boschi.

Mi turba dover constatare che gli oggetti abbandonati, volontariamente od involontariamente, si sbriciolano per l’azione del sole e non vengono digeriti dalla Madre Terra. Anzi, le minute particelle vengono ingerite dagli animali che confusamente se ne alimentano. Seguendo questo percorso tramite la catena alimentare ritornano all’uomo che li ha generati.

Non ci si può difendere dall’invasione della plastica, perchè è di largo consumo. Essa viene trasportata dal vento e dalle acque. Si riversa anche nelle aree protette, dove l’attenzione dei visitatori è massima. Quindi anche se si è meticolosi nell’uso dei materiali, indirettamente, dall’indiscriminato abbandono tutti ne veniamo coinvolti.

Come si può risolvere il problema?

Semplicemente utilizzando oggetti 100% biodegradabili, derivanti dalla cellulosa, dalla crusca e dall’amido.

Perciò iniziamo il cambiamento partendo dalle azioni quotidiane. Acquistiamo ecostoviglie. Sono diverse, belle e soprattutto sono compostabili. Inserite nel ciclo dei rifiuti, fanno diminuire il costo dell’immondizia individuale e collettiva.

Pensate un pò, anche se casualmente abbandonate arricchiscono la Madre Terra di humus.